Santa Maria Donnaregina Vecchia

Un viaggio unico nel Trecento napoletano: la chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia rappresenta una delle testimonianze più affascinanti e meglio conservate dell’arte e dell’architettura angioina a Napoli.

Le prime notizie di questo luogo sacro risalgono al 780, quando venne citato un complesso monastico presso le mura cittadine detto San Pietro al Monte di Domina Regina, probabilmente in riferimento alla proprietaria dei terreni.

Nel corso dei secoli, il convento ha accolto comunità di monache italo-greche, brasiliane, benedettine e infine francescane (tradizionalmente legate alla stessa santa Chiara).
Dopo il violento terremoto del 1293 che distrusse la struttura, la chiesa rinacque grazie a Maria d’Ungheria, regina di Napoli e moglie di Carlo II d’Angiò. A partire dal 1307, la sovrana finanziò la ricostruzione del complesso in stile gotico donando all’ordine preziosi gioielli e le rendite dei vigneti reali di Somma Vesuviana.

Testimonianza dell'architettura angioina a Napoli.
Testimonianza dell'architettura angioina a Napoli.

Il sepolcro di Maria d’Ungheria

Completati i lavori nel 1316, la regina volle che la sua sepoltura trovasse posto all’interno della chiesa. Realizzato nel 1325 dal celebre scultore senese Tino di Camaino con Gagliardo Primario, il monumento funebre – oggi visibile sulla parete sinistra della navata – divenne un vero e proprio modello per l’arte sepolcrale di corte.
L’opera raffigura la regina distesa sotto un elegante baldacchino gotico, sopra un sarcofago sorretto dalle virtù cardinali e decorato con le figure dei suoi figli collocati sotto piccoli archi: al centro Ludovico di Tolosa; a destra re Roberto D’Angiò, Filippo di Taranto e Raimondo Berengario; a sinistra Carlo Martello, Giovanni di Durazzo e Pietro Tempesta. Uno dei primi esempi di tomba a tabernacolo, qui la regina è raffigurata sia giacente che genuflessa davanti alla Madonna.

Il sepolcro con baldacchino gotico di Maria d'Ungheria
Il sepolcro con baldacchino gotico di Maria d'Ungheria

Un’architettura unica: la navata e il coro delle monache

La pianta, singolare nel panorama locale, presenta una navata unica sulla quale si aprono alte finestre, con il coro delle monache soprelevato, retto da otto pilastri, che si estende quasi sui due terzi dello spazio. Sulle pareti del coro, le scene offrivano alle monache materia di meditazione, illustrando gli episodi della Passione di Cristo e della vita di tre sante (Agnese, Caterina d’Alessandria ed Elisabetta d’Ungheria) che per la loro origine aristocratica e le loro virtù erano offerte come modelli di vita e di santità alle clarisse, provenienti a loro volta da famiglie nobili napoletane e, al tempo stesso, richiamavano culti cari alla regina e alla dinastia angioina.

La navata unica di Santa Maria Donnaregina Vecchia.
La navata unica di Santa Maria Donnaregina Vecchia.

Il ciclo di affreschi: tra Cavallini e Roma

Nel coro delle monache è custodito il più vasto e suggestivo ciclo pittorico del Trecento a Napoli, avviato intorno agli anni ’20.

Gli affreschi mostrano le influenze di un grande maestro della scuola romana: Pietro Cavallini è attivo a Napoli già dal 1308 per Carlo II d’Angiò. Alcuni studiosi attribuiscono alla scuola cavalliniana le figure più arcaiche, come le scene del Vecchio e Nuovo Testamento, l’imponente Giudizio Universale della controfacciata e le Storie della Passione. Ai suoi seguaci si attribuiscono anche le storie di Santa Agnese, Santa Caterina e Santa Elisabetta, caratterizzate da un evidente aggiornamento sulle novità giottesche.

Nel 1390 un fulmine colpì l’edificio causando un incendio. Il calore alterò irrimediabilmente i pigmenti degli affreschi del coro, donando loro la caratteristica tonalità rossastra che ammiriamo ancora oggi.

Gli affreschi di scuola cavalliniana nel coro delle monache.
Gli affreschi di scuola cavalliniana nel coro delle monache.

Altri tesori da non perdere

Oltre alle sue meraviglie principali, il complesso racchiude una serie di perle artistiche di straordinario valore. A partire dall’elegante porticato, vero e proprio punto d’accesso della chiesa, trasformato nel 1771 con raffinati decori marmorei. Addentrandosi al suo interno, si incontra la suggestiva cappella Loffredo, che custodisce affreschi raffiguranti una grande Crocifissione, Scene della Vita di San Francesco e di San Giovanni Evangelista, opera di un ignoto pittore della prima metà del Trecento.

La bellezza prosegue nello splendore degli arredi in legno: alzando lo sguardo, si rimane incantati dal cassettonato ligneo del XVI secolo, scolpito dall’artista bergamasco Pietro Belverte e dominato dalla scena dell’Incoronazione della Vergine. A fare da eco a questa meraviglia intagliata ci sono i preziosi stalli del coro, raffinati arredi rinascimentali provenienti dalla vicina basilica di San Lorenzo Maggiore.

Un particolare del soffitto cassettonato del XVI secolo.
Un particolare del soffitto cassettonato del XVI secolo.

Metamorfosi - opere di Cardini e Iannello e Kounellis

Nell’ambito della mostra diffusa Metamorfosi, DOnnaregina Vecchia ospita la mostra fotografica di Barbara Cardini e Leandro Ianniello, che documentano il viaggio del legno dal mare ai laboratori carcerari. Inoltre, la chiesa accoglie uno dei nuclei simbolici dell’intero itinerario: il violino trasformato di Jannis Kounellis, opera racchiusa in una cassa con corde di filo spinato, potente metafora della tensione tra reclusione e libertà.

Santa Maria Donnaregina Nuova

All’inizio del Seicento, le monache Clarisse del monastero di Santa Maria Donnaregina intrapresero la costruzione di un nuovo edificio sacro in stile barocco, più consono al gusto dell’epoca. Questa decisione è considerata un unicum nel panorama napoletano.

I lavori di Santa Maria Donnaregina Nuova iniziarono nel 1617 e videro la partecipazione dei più prestigiosi artisti del momento. Grazie alla notevole disponibilità finanziaria delle monache, appartenenti alla migliore nobiltà cittadina, il nuovo edificio fu concepito per inglobare le strutture di quello antico, destinando quest’ultimo a funzioni di clausura.

La chiesa barocca, consacrata nel 1669, si presenta a navata unica con cappelle laterali. Fu arricchita nel tempo da straordinarie opere d’arte: la navata è affrescata da Francesco De Benedictis con scene come la Gloria di San Francesco ed Episodi della vita della Vergine; la decorazione del coro delle monache è dominata dal ciclo di affreschi di Francesco Solimena raffigurante il Miracolo delle rose e Scene della vita di San Francesco; il pavimento del presbiterio, ricco di marmi policromi, venne realizzato da Gaetano Sacco su disegno di Vinaccia. Altre prestigiose commissioni arricchiscono l’edificio, inclusi i lavori scultorei di Bernardino Landini, come il portale marmoreo del 1647, e l’attività di pittori come Luca Giordano nella volta del coro all’ingresso della chiesa.

La chiesa barocca racchiude numerose opere d'arte.
La chiesa barocca racchiude numerose opere d'arte.

Il Comunichino

A sinistra del presbiterio si apre il Comunichino, luogo riservato alle suore di clausura che qui ricevevano il sacramento dell’Eucarestia. Questo ambiente è decorato con marmi policromi e stucchi dorati che incorniciano gli affreschi della volta, ospita monumenti sepolcrali cinquecenteschi provenienti dalla Cappella Loffredo di Donnaregina Vecchia e il basamento del monumento funebre della regina Maria d’Ungheria, prima che quest’ultimo venisse spostato. Completa il ciclo decorativo della sala il pregevole affresco sulla volta di Santolo Cirillo che ripropone il Miracolo della manna. Da qui, una scala conduce direttamente al coro delle monache.

Le Clarisse

Le Clarisse sono le monache di clausura dell’Ordine di Santa Chiara, un’istituzione religiosa femminile fondata nel XIII secolo da Santa Chiara d’Assisi, con l’aiuto di San Francesco d’Assisi. Appartenenti alla grande Famiglia Francescana, le Clarisse seguono una Regola basata su pilastri fondamentali: la preghiera contemplativa, la vita comunitaria, il lavoro manuale e, soprattutto, la povertà assoluta, voluta strenuamente da Santa Chiara stessa come privilegio spirituale.
L’Ordine nasce intorno al 1212, quando Chiara, lasciando la casa paterna per abbracciare la povertà, diede vita al primo monastero a San Damiano. La loro vita è scandita da intensi ritmi di preghiera e contemplazione, ma il loro sostentamento è garantito esclusivamente dal lavoro manuale. In ottemperanza al voto di povertà, si dedicano ad attività come il ricamo, la produzione di ostie e oggetti religiosi, o piccole coltivazioni.

Santa Chiara d’Assisi

Al centro dell’Ordine c’è Santa Chiara d’Assisi (1193/94 – 1253), una figura chiave del Medioevo Cristiano.
Nata ad Assisi da una nobile famiglia, Chiara fu profondamente segnata dalla predicazione di San Francesco, di cui divenne discepola e amica spirituale. Insieme a lui, condivise l’ideale di una vita evangelica basata su povertà radicale, preghiera e fraternità. A soli diciotto anni, compì una scelta eroica: fuggì dalla casa paterna per unirsi a Francesco e vivere radicalmente secondo il Vangelo.
Visse per più di quarant’anni in clausura nel monastero di San Damiano e lottò con tenacia per ottenere il “privilegio della povertà”: vivere senza rendite né proprietà, affidandosi totalmente alla Provvidenza. Il Papa le concesse l’approvazione definitiva della sua Regola, la prima scritta da una donna per delle donne, due giorni prima della sua morte, avvenuta l’11 agosto 1253.

La soppressione e il restauro

Nel 1861, in seguito al decreto di Garibaldi e all’Unità d’Italia, il monastero fu soppresso e le Clarisse furono costrette ad abbandonare il complesso.
L’apertura di via Duomo, inoltre, aveva già provocato notevoli manomissioni al chiostro e al convento stesso. La chiesa antica fu ceduta al Comune di Napoli e destinata a usi profani, suddivisa in vari ambienti che ospitarono uffici, scuole e persino abitazioni provvisorie.

L’identità storica e architettonica del complesso fu ripristinata grazie all’intervento di restauro condotto dal soprintendente Gino Chierici tra il 1928 e il 1934. Chierici decise di operare una separazione netta tra la chiesa Nuova e quella Vecchia. Questa operazione richiese uno sforzo ingegneristico notevole: per ricostruire l’integrità dell’abside trecentesca, fu necessario ridurre di 6 metri la profondità del coro barocco, spostando un intero muro affrescato di 60 m2 su rotaie. Inoltre, il celebre monumento di Maria d’Ungheria, che nel 1727 era stato spostato nel Comunichino della chiesa Nuova dalla badessa Eleonora Gonzaga, fu riportato nell’antico edificio gotico.

Particolari dell'altare barocco.
Particolari dell'altare barocco.

A seguito della complessa opera di separazione condotta da Gino Chierici, l’intero complesso monumentale di Donnaregina ha acquisito una nuova e definitiva identità, aprendosi al pubblico in una configurazione monumentale unica. Sebbene l’intervento sia stato oggetto di dibattito – per aver creato una netta discontinuità fisica che smentiva la scelta seicentesca delle Clarisse di unire le due chiese – il suo impatto sulla conservazione del patrimonio è innegabile.
L’obiettivo primario del restauro, ovvero la restituzione dell’integrità spaziale della chiesa trecentesca, è stato pienamente raggiunto. Oggi, il risultato di questo sforzo è un’esperienza visiva e storica unica nel suo genere.

Un particolare degli spazi della chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia.
Un particolare degli spazi della chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia.

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La visita del Complesso Monumentale Donnaregina è divisa tra Donnaregina Vecchia e Donnaregina Nuova, per dare il giusto tempo e il giusto valore a due luoghi di grande valore storico e artistico.

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Metamorfosi - Sheltering di Timothy Schmalz

Per la mostra Metamorfosi, dal 17 settembre al 30 novembre, sul sagrato della chiesa si viene accolti da “Sheltering” (Rifugio), la straordinaria opera in bronzo a grandezza naturale realizzata dallo scultore canadese Timothy Schmalz. La scultura è stata donata all’Arcidiocesi di Napoli da Padre Tomaž Mavrič, Superiore Generale della Congregazione della Missione e Presidente del Comitato Esecutivo della Famiglia Vincenziana. Un’opera che lancia un potente messaggio di solidarietà e spiritualità e immortala l’azione e l’accoglienza degli ultimi e dei più poveri. La stessa monumentale scalinata si veste dei celebri simboli di pace di OBEY, trasformando la salita in un cammino concettuale ed evocativo.